Che sia la follia a guidarvi

Mostra “Museo della follia”, a cura di Vittorio Sgarbi

Basilica di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta di Napoli

Dal 3 dicembre 2017 al 27 maggio 2018

 

Entrate, ma non cercate un percorso. L’unica via è lo smarrimento”. Con questo monito veniamo accolti alla mostra Museo della follia, curata da Vittorio Sgarbi al MU.SA di Salò (BS), mostra itinerante che ora trova sede a Napoli presso la Basilica di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta[1].

La mostra si presenta con un allestimento cupo, desolante, caratterizzato da pareti nere, ambienti contenuti, lunghi corridoi, dove il silenzio viene talvolta interrotto da video proiezioni e da rumori improvvisi. Nelle sale campeggiano le opere d’arte, accompagnate da oggetti comuni, come scarpe, chiavi, pettini, e da numeri bianchi, che vengono identificati come oggetti di una straordinaria follia.

Questa è l’esposizione volutamente senza regole e schemi delle 200 opere di artisti molti diversi fra loro per stile e periodo storico di provenienza. Troviamo Francis Bacon, Silvestro Lega, Antonio Mancini, Gianni Lucchesi, Luigi Serafini, Cesare Tallone, Antonio Ligabue, Nicola Pucci, Enrico Robusti, Cesare Inzerillo, Marilena Manzella, Lorenzo Alessandri e molti altri.

Nelle diverse sale tra sculture, installazioni e dipinti la follia viene indagata sotto le sue molteplici forme come espressione d’arte e di creatività, come malattia mentale, come materia di studio, come condizione umana. Si alternano veri e celebri personaggi ad opere d’arte realizzate da artisti che si confrontano con questa condizione dolorosa e umiliante, come si può vedere in Cleopatra di Tranquillo Cremona, La strega di Michele Cammarano, La follia di Van Gogh di Francis Bacon e Il ritratto di Federico Frizzoni di Giovanni Carnovali detto il Piccio.

A seguire una sezione dedicata al pittore di origine svizzera Antonio Ligabue, di cui sono presentate tele raffiguranti animali domestici e selvaggi, come galline e tigri, creando un certo disorientamento, mentre al centro della sala si trova la sua motocicletta Guzzi 500 modello ALCE, che sembra sollecitare il visitatore non solo a guardarla, ma anche a provare a guidarla per portarci chissà dove.

Ecco poi la sala della pazzia, intesa come malattia mentale, dove trovano posto e voce tutti coloro che sono stati rinchiusi e reclusi nei manicomi. Lungo il corridoio una parete è occupata da oggetti di uso quotidiano, tutti numerati e incollati all’interno di cornici nere. Chiavi, libri, caramelle, bottigliette di medicinali creano un effetto straniante, irreale. Sono oggetti appartenuti a persone che furono rinchiuse in ospedali psichiatrici, che tutt’oggi non esistono più in quanto la legge Basaglia n° 180 del 13 maggio 1978 ne impose la chiusura e regolamentò il trattamento sanitario obbligatorio, istituendo servizi di igiene mentale.

Su un’altra parete spicca il nome dello psichiatra italiano fautore della legge, mentre vengono proiettati una video-inchiesta a cura del Senato della Repubblica sugli ospedali psichiatrici giudiziari e due documentari di RAI TECHE sul tema dei manicomi italiani. Sulle altre pareti si trovano le immagini in bianco e nero dei malati, che senza paura e senza voler giudicare, guardano e osservano implacabili i visitatori con uno sguardo denso di emozione, mentre altri si nascondono, coprendosi il volto, non volendo né vedere né essere visti. Si percepisce un’insistente attrazione e al contempo uno smarrimento davanti a questi occhi indiscreti e impauriti, e questo loro atteggiamento così vero e genuino lascia senza parole. Trovano spazio anche le fotografie di Fabrizio Sclocchini dal titolo Gli assenti, che smuovono un senso di isolamento conturbante, di straziante sgomento e di marcata desolazione.

Senza senso e senza ragione la mostra continua.

Se il quadro Senza titolo di Adolf Hitler destabilizza lo spettatore in un insieme devastante di emozioni tra cui inquietudine e stupore, diversamente accade per il trafiletto di giornale in cui si racconta la vita della moglie di Tomasi di Lampedusa, Alexandra Wolff Stomersee. Donna colta, allieva di Sigmund Freud, che condusse studi sulla nevrosi e sulla depressione in diversi Paesi anche in Italia, dove fondò nel 1946 la Società Psicoanalitica Italiana insieme a Cesare Musatti. Per un attimo si ritorna alla realtà, alla scienza “con i piedi per terra”. Ma è solo per un attimo, perché la mostra non è ancora conclusa.

La scultura bronzea Parsifal di Adolfo Wildt aspetta silente l’ingresso dello spettatore nella sala successiva, invitandolo a perdersi nello stesso disorientamento di questo giovane uomo plasmato in una posa estremamente contorta, mentre dialoga con nonsense tra le opere d’arte di Telemaco Signorini con La sala delle agitate al Bonifacio di Firenze, di Pietro Ghizzardi con Tigrotto in attesa, di Natale Attanasio con Le pazze e Agostino Arrivabene con Marilin e Elena.

Nelle ultime sale la follia si trasforma sempre più in una condizione esasperante e insopportabile, anche per lo spettatore. La stanza della griglia è un ambiente dove la presenza, la paura e l’imprevedibilità diventano fondamentali per la fruizione dello spazio. Una scultura di un pianista, realizzata da Cesare Inzerillo, crea una sensazione perturbante e fastidiosa, mentre una griglia composta da una luce al neon e dai ritratti ritrovati in cartelle cliniche ci offre una visione contorta dove il rumore, la luce e la reale concretezza di ciascun volto avvolgono i pensieri di chi li osserva. Infine ecco le opere di Gino Sandri e le fotografie di Vincenzo Aragozzini dell’ex-manicomio di Mombello dove vi fu rinchiuso l’artista Sandri, I muri ci guardano di Sandro Bettin e una piccola angusta stanza dove si ricrea l’atmosfera claustrofobica e angosciante della prigionia.

Al termine della mostra il visitatore oltre ad aver provato con viva forza lo sconcerto, la meraviglia e lo smarrimento con una nota agrodolce, riesce a capire appieno le pungenti parole della poetessa Alda Merini, presenti in una sala: Anche la follia merita i suoi applausi.

 

[1] L’articolo fa riferimento alla mia visita alla mostra presso il MU.SA di Salò (BS).

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