CESARE MANZONI E LA POETICA DELLA NATURA

Mostra BREMBO CHE VAI ALL’ADDA di Cesare Manzoni
Sala Manzù di Bergamo, via Camozzi / passaggio via Sora
Orari di apertura
da martedì a domenica 10:00-12:30 e 15:00-19:30
INAUGURAZIONE 24 novembre ore 18:00

 

«Perseguo con costanza e passione il cammino post-impressionista, non sempre nella logica e nelle regole di chi vuole l’arte relegata a norme e schemi».

Queste parole di Cesare Manzoni spiegano con semplicità la poetica e l’arte del “Maestro” (così Cesare viene chiamato dagli abitanti di Costa Imagna), il quale utilizza colori brillanti e vivaci, intrisi di una poesia intimista, per raccontare la natura e la bellezza del territorio bergamasco.

Cesare Manzoni nasce a Bergamo il 31 maggio nel 1944. Fin da giovane si appassiona all’arte e inizia la sua formazione come pittore autodidatta. Decide poi di perfezionare la sua tecnica con i corsi “La Favella” di Milano, raggiungendo un buon livello tecnico e stilistico. Dopo aver fondato nel 1970 il Gruppo Valbrembo, di cui fanno parte anche Ugo Riva, Alessandro Verdi e Cesare Benaglia, partecipa a mostre collettive organizzate dal Circolo Artistico di Bergamo in gallerie d’arte di Lecco, Milano e Bergamo.

Dal 1979 al 1981 il pittore Manzoni insieme alla moglie Piera si traferisce in Bolivia a Cochabamba, dove sotto la guida dell’artista Mario Vargas continua il suo lavoro tra arte e solidarietà. Esegue la decorazione della Chiesa de la Ciudad del Niño con affreschi di grandi dimensioni e realizza una significativa mostra presso la Galleria centrale “Gildaro Antesana” a Cochabamba. Rientrato in Italia, prosegue la sua attività artistica fin quando nel 1997 medita la possibilità di realizzare una mostra che possa congiungere la sua esperienza in America Latina con la sua terra natia.

«L’idea mi entusiasma e non mi fa pensare al lungo lavoro che mi aspetta e relativo impegno – 74 circa i chilometri lungo il fiume che dovrò percorrere e rappresentare nella mia opera, circa 34 i paesi più importanti sul percorso e nelle valli laterali».

Nasce così l’intuizione di dedicare al fiume Brembo, alla sua valle e alla sua gente una serie di dipinti incentrati sui luoghi legati alle sorgenti e al corso di questo fiume. Di certo Cesare Manzoni non sceglie un lavoro semplice, ma, animato dalla conoscenza e dalle esperienze vissute, riesce nella sua avventura. Crea un’opera unica e variegata che consta di circa una settantina di dipinti realizzati con la tecnica ad olio, in cui lascia che sia la natura a raccontare la sua storia. Con pennellate dense di vibrazioni cromatiche dipinge en plein air alberi, montagne, boschi, case, così come in quel preciso momento vengono colti dal suo occhio con meticolosa precisione e devota sensibilità. I paesaggi ora sono mossi da una luce accesa e decisa, ora sono avvolti da nuvole che offuscano la visione.

Nelle sue opere Manzoni dà spazio a una purezza di significato che trascende ogni fine estetico. È un’arte di percezione sensibile e di intimo significato. La sua poetica si fonda sull’uso del colore e sulla luce, prendendo a modello l’arte di Cezanne, Van Gogh, Corot, Constable e Sisley, pittori che conferirono un nuovo valore al paesaggio, trasformandolo in un continuo accostamento di macchie e di campiture cromatiche, dove il pennello si muove libero da schemi e la luce rende visibile la mutevolezza propria della natura. Come Segantini, Manzoni rivela allo spettatore scenari naturali che l’artista ben conosce, facendo trasparire un senso di familiarità, anche là dove emerge una certa asprezza del territorio.

I quadri esposti in sala Manzù mostrano inedite scenografie della Valle Brembana con le sue vette rocciose, i suoi sentieri, i suoi centri abitati e la sua gente ruvida ed onesta, scenografie in cui si nota un territorio poco contaminato dall’intervento dell’uomo e lontano da un’industrializzazione che ingloba tutto e non rispetta l’ambiente.

In dipinti come “Pizzo Diavolo di Tenda e Diavolino” e “Pra del Lago” si osserva una natura primigenia, definita da tonalità verdeggianti, che, viva, respira e infonde un senso di pace. In “Averara – Portici – Strada Priula” e “Piazza Visinoni – Sacra Spina” l’artista mostra il fascino di scorci cittadini, ricchi di storia, che vengono abilmente rappresentati fin nei dettagli. In “Guide alpine”, “Ol spaca prede” e “Momenti di una vita quotidiana” si sofferma su coloro che vivono queste aspre montagne, che tutti i giorni svolgono il loro lavoro o si recano sulle Pre-Alpi orobiche per allontanarsi dal caos della città, dal rumore e dalle fabbriche. Proprio come Manzoni queste persone camminano lungo i sentieri montani, compiendo uno sforzo fisico che porta infine con sé la pace nell’animo. Una serenità, che a sua volta genera uno stato di catarsi e di religiosa contemplazione che si trova nelle opere di Caspar David Friederich insieme a uno senso di innata sacralità. Impressionismo, romanticismo e post-impressionismo coesistono armoniosamente nelle opere di Manzoni, prive di schemi e regole prestabilite.

La mostra “Brembo che vai all’Adda”, giunta alla V° Edizione, rappresenta secondo l’idea dell’artista la prima parte di un progetto più grande: dipingere la natura e il paesaggio lungo il corso del Brembo, continuando dal paese di San Pellegrino Terme fino a Canonica d’Adda, dove il fiume si getta nell’Adda.

Cesare Manzoni con le sue opere dense di riferimenti geografici e storici ci rivela una pittura fatta di attimi, di vita, che viene colta nella sua spontaneità e nella sua interezza. Rappresenta la realtà così come essa è, vera e autentica, talvolta apportando piccole modifiche, che, però, aggiungono un valore d’interpretazione come in “Il fiume che vive – Isola di Fondra”. È una pittura di getto, vera, emozionale, che sa esprimere “concetti profondi di esistenzialità” come afferma l’artista Bruno Beretta.

Manzoni crea paesaggi naturali e vedute cittadine in cui lo spettatore si può immergere totalmente, percorrere i sentieri, seguire i pendii e le montagne, ascoltare lo scrosciare dell’acqua, osservare scrupolosamente i piccoli paesi della valle, come se realmente potesse entrare nel quadro. Il pittore plasma la tela con misurata empatia, rendendo lo spettatore partecipe della sua esperienza e delle sue percezioni, invitandolo a ricercare una traccia della sua irreale presenza.

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