La 1° edizione di Fotografica. Il festival di fotografia di Bergamo

A Bergamo dal 4 al 30 novembre 2016 si è tenuta la 1° edizione di “Fotografica. Festival della fotografia” sotto la direzione di Denis Curti, direttore del mensile Il Fotografo, nelle diverse sedi di Palazzo della Ragione e nell’ex-carcere di Sant’Agata[1].

Alessandro Penso, Simone Cerio, Giovanni Diffidenti e Fabrizio Villa sono i protagonisti di levatura internazionale, che prendono parte al Festival, intervenendo in incontri, visite guidate, dibattiti ed esposizioni sul tema attuale e scottante dell’immigrazione.

A Palazzo della Ragione si trova “One day” di Alessandro Penso con una serie di fotografie a colori e in bianco e nero di vari formati, che ritraggono giovani uomini e donne in fuga dall’Iran, dall’Afghanistan, dalla Siria, a cui è giustapposto un piccolo notes, dove in poche righe si descrivono queste persone e si spiegano le motivazioni, che le costringono ad andarsene dalle loro terre. Si prova un brivido di paura e di tristezza. E se succedesse a noi un giorno? Come ci comporteremmo? E soprattutto dove andremmo?

Di certo assai toccante è la fotografia di una donna che abbraccia suo figlio in un telo termico argenteo con estrema tenerezza. Commovente, forte, disperata, imprime nell’osservatore un senso di dolore e passione, che si stempera solo nello sguardo fisso della giovane madre.

All’ex-carcere di Sant’Agata in un labirinto di piccole celle, scale e corridoi, che sembrano rimandare al difficile e tortuoso viaggio compiuto dai migranti per arrivare in Europa, è esposto il lavoro di Simone Cerio “La prima aurora”, che con un tocco di colore e poesia dona ai suoi ritratti in bianco e nero una vena artistica di estrema dolcezza e realtà.

A ogni fotografia sono abbinati due piccoli quadretti bianchi, uno presenta poche e nere parole, e l’altro un disegno ricco di colore e armonia. Questi evocativi trittici sono ricolmi di un’intensa componete lirica. Una fotografia in bianco e nero presenta su uno sfondo scuro una giovane coppia seduta, colta in un momento di intimità, mentre due piccoli quadretti riportano l’uno la scritta “Lei è la cosa più importante della mia vita / She’s the most important person in my life”, e l’altro un disegno con tre cuori, stilizzato, semplice, intitolato “To the love of my life”. Nel contrasto bianco/nero, nelle dolci parole e nell’immagine quasi rubata dei due giovani, si sente una palpitante nota dolente e una dolcezza, che smuovono la testa e il cuore, di chi osserva.

Libia off the wall” e “The only thing left to do is cling to God” di Giovanni Diffidenti, invece, indagano con una serie di fotografie di medio formato dai colori luminosi e vivaci non solo i migranti, ma anche i luoghi, che vengono abbandonati, e ne mostra con attenti dettagli i cambiamenti dovuti alla guerra e all’immigrazione.

Ogni immagine è frutto dell’accostamento di due fotografie dai marcati contrasti. Una folla accalcata di manifestanti sulle cui teste sventolano le bandiere della Libia è affiancata a un compendio di elmi, armi e ordigni bellici, collocati su un pavimento bianco e rosso. Il sito archeologico dell’antica città di Sabratha, dove si vedono bianche colonne e una statua dall’elegante drappeggio, decapitata e mutila negli arti superiori, contrasta con l’edificio distrutto di un bunker, che con un enorme buco al centro sembra un occhio dalle lunghe ciglia, che si apre sulla desolazione totale.

Le sale sotterranee sono lasciate a Fabrizio Villa, che con “Io ti salverò” e “Nel Mediterraneo sulla nave della speranza” analizza la storia dei migranti fin dai loro primi passi sul mare e sulle navi di soccorso della Marina. Sono immagini in bianco e nero, drammatiche e violente, che costringono a guardare in faccia la realtà e a sentirci partecipi del dolore e della gioia di queste persone.

Uomini, donne e bambini vengono immortalati sui gommoni di salvataggio, mentre camminano, dormono sulle navi in uno stato di costante attesa e speranza. Due fotografie hanno una forza straordinaria: nella prima si osserva un gruppo di persone sedute sul pontile di una nave, che li ha appena tratti in salvo, mentre l’unico, in piedi, che sembra non dare peso a cosa accade o sta per accadere, è un bambino, che cammina al di là di una riga bianca. Nell’altra una coppia di giovani innamorati sono colti in un attimo di tenerezza: lui dolcemente l’abbraccia e le bacia la fronte, mentre lei guarda fisso in camera con due occhi, che di certo non si possono dimenticare. È uno sguardo pieno di coraggio e di speranza.

Con il tema “Oltre confine” il Festival Fotografica con profonda forza visiva ed emotiva ci porta a contatto con i migranti, le loro vite, le loro gioie e le loro sofferenze in modo semplice e diretto. Certamente queste fotografie non possono non commuoverci e farci sentire fortunati e ricchi anche quando abbiamo poco più di queste persone. Per loro la vita non è stata facile, ma nulla è impossibile.

Quindi, viva la vita e il sogno di poterla cambiare!

 

 

[1] Il festival è organizzato con la collaborazione e il patrocinio del Comune di Bergamo, della Provincia e il supporto di Caritas, Cesvi, Comunità Ruah ed Emergency.

In fotografia: “One day”, Alessandro Penso, 2016, Palazzo della Ragione, Bergamo.

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