La GAMeC celebra la giovane America (prima parte)

Il 18 febbraio 2016 si sono inaugurate alla GAMeC di Bergamo due mostre, che offrono un interessante affresco e un’attenta riflessione sull’arte contemporanea negli Stati Uniti d’America: una dedicata a Rashid Johnson e l’altra al fotografo Ryan McGinley.

La prima parte dell’esposizione, curata da Stefano Raimondi, è dedicata a un artista afro-americano Rashid Johnson dal titolo “Reasons”[1]. attento alle tematiche contemporanee, quali l’identità, l’integrazione e la memoria. Nato come fotografo, attento alle tematiche contemporanee, quali l’identità, l’integrazione e la memoria, all’età di ventun anni decide di allargare il suo panorama artistico, includendo in tutti i suoi lavori i motivi d’ispirazione per la nascita delle opere d’arte, motivi che muovono dal voler comprendere la realtà da quesiti personali o universali.

Le sue opere presentate alla GAMeC sono eterogenee come gli stessi materiali impiegati: sculture, dipinti, installazioni e video in cui ricorrono elementi caratteristici quali il sapone nero, la cera, le piastrelle in ceramica, la carta da parati, gli spray smaltati e ancora libri, vinili, gusci d’ostrica, burro di karité, ferro, piante.

Nella prima grande sala è esposta “Goodbye Derrick”, un dipinto astratto realizzato su un pavimento di quercia rossa, la cui superficie è segnata da neri marchi circolari ripetuti più volte, che sono immagini di un mirino, noto soprattutto come logo del gruppo hip-hop Public Enemy. La tavola diventa così sia ricca di una forte carica aggressiva, sia di un accurato studio delle forme geometriche (si vedano le foglie di palma e le insegne di sigma-pi-phi, con riferimento alla prima associazione professionale e culturale di Afro-Americani in lettere greche).

“Between Heaven and Hell” è certamente più complessa e concettuale: si configura come uno scaffale, inscritto in una tavola poligonale nera. Vinili, libri e un busto solamente abbozzato in burro di karité sono gli elementi contenuti nello scaffale, che ribadiscono l’identità e le origini dell’artista.

Al centro della sala si trova “Fatherhood”[2], una scultura piramidale, leggera e completa, una sorta di esoscheletro formato da cubi d’acciaio di diversa grandezza, posti l’uno sopra l’altro in modo da creare una griglia tridimensionale, su cui trovano posto vasi con piante dal fogliame verde, libri tra cui “Fatherhood” di Bill Cosby, e lampade orizzontali a led per la coltivazione.

Sono inoltre presenti anche le opere “Them”, “Untitled Anxious Men” e “Positions”, realizzate con diverse tipologie di piastrelle, a specchio, bianche e colorate. Una miscela di sapone nero e cera viene colata spostandosi e circumnavigando l’opera come se fosse un’isola, mentre le piastrelle conferiscono all’opera un forte elemento geometrico bidimensionale.

“Untitled Anxious Men” sembra rievocare l’arte informale di Dubuffet per la forza eccezionale con cui emerge la nera testa, un vero scarabocchio sproporzionato e smisurato, che sembra allargarsi sempre più e impossessarsi dello spazio intorno a sé. Il contrasto bianco-nero, lucido-opaco acuiscono l’irrequietezza dell’opera, mettendo in rilievo un aspetto autobiografico dell’artista, l’ansia e la nevrosi.

Le opere di Rashid sono frutto di un percorso di memorializzazione e ri-trasposizione dello spazio domestico e della propria vita. Piante, libri, vinili diventano garanti di significati storici ed autobiografici, ma anche elementi di congiunzione, che permettono diversi tipi di interazioni. Come spiega Rashid Johnson “l’artista è un viaggiatore nel tempo” e il suo lavoro è descritto “come un mezzo o un portale per riscrivere la storia in modo efficace, non come una revisione, ma come un lavoro di finzione”.

 

[1] Per il titolo della mostra, “Reasons”, l’artista si è ispirato all’omonima canzone del gruppo musicale statunitense Earth, Wind & Fire, il cui testo è fortemente legato al significato delle opere esposte.

[2] Quest’opera sembra un richiamo alle composizioni geometriche di Sol LeWitt.

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