I quadri specchianti (e non solo) di Michelangelo Pistoletto

Alla GAMeC di Bergamo dal 7 ottobre al 15 gennaio 2017 si può visitare la mostra “Immagini in più, Oggetti in meno, un paradiso ancora” di Michelangelo Pistoletto, dove oggetti d’uso quotidiano, scritte, specchi trovano un altro significato, dialogando con contingenza e spontaneità con il visitatore.

Al primo piano della galleria sono esposti alcuni quadri specchianti, enormi lastre di acciaio lucidato a specchio, su cui sono applicate serigrafie di oggetti, animali, uomini e donne che camminano, danzano, scattano fotografie. Ecco che troviamo “Figura umana” (1962), “Cappio” (1973), “Tigre in gabbia” (1974), “Solidarity” (2007), “Lavori in corso” (2008) e “Persone in coda” (2015).

Specchi che diventano un gioco di sguardi, di introspezione, e una riflessione sullo spazio e sul tempo, che, però, paiono in qualche modo dissolversi. Specchi che creano un attimo indefinibilmente lungo in cui lo spettatore diventa parte integrante dell’opera e si trasforma in una minuscola Alice nel paese delle meraviglie, che attraversa lo specchio per poter guardare meglio cosa si nasconda al suo interno, cercando di capire un poco di più se stessa.

Opere uniche ed irripetibili come la “Casa a misura d’uomo” (1965-1966), una piccola casetta di cartone gialla con finestre dipinte di verde e un tetto rosso, il quadro specchiante di un reticolo a maglia con il cartello “pericolo di morte”, un pilastro di cemento armato, un mondo di pietra dentro una rete di metallo. La scritta nera TI AMO dai caratteri tipografici rigidi e disciplinati è collocata ad un’altezza che sembra, quasi, irraggiungibile, mentre la gigante “Lampada a mercurio” (1965) cala dal soffitto, inondando chi si trova sotto di essa di una luce di color verde smeraldo.

Pistoletto priva gli oggetti d’uso comune del loro contesto, trasferendoli ora su di uno specchio, ora negli “Oggetti in meno” in un altro spazio, dove tutto cambia e niente è così facile da afferrare. Persino scattare una fotografia diventa complicato. La luce si riflette sullo specchio, la stanza si illumina e non si riesce a cogliere il momento.

Ogni opera viene ri-vista e re-inventata sotto una luce sempre diversa: lo spazio si moltiplica, nulla è come sembra, tutto costantemente cambia. Grazie alla presenza del visitatore le opere si modificano sia perché sono aggiunte di un nuovo elemento, il visitatore appunto, sia perché muta il punto di vista con cui l’opera si osserva. L’opera perde la sua univocità a vantaggio di una costante molteplicità di visione.

Sintesi del pensiero di Pistoletto è certamente ben espresso dal “Terzo Paradiso”, un simbolo rivisitato dell’infinito, presente sulla vetrata del cortile interno della GAMeC. Tre cerchi si intrecciano gli uni con gli altri, creando nuove connessioni. I due cerchi laterali descrivono la natura e l’artificio, mentre quello centrale rappresenta il grembo, da cui una nuova umanità verrà generata. L’antica disputa tra natura/artificio viene così risolta dall’artista biellese con l’inserzione nel mezzo di un terzo elemento: l’uomo, l’unico in grado a porre fine al conflitto filosofico ed estetico.

Con quest’opera Pistoletto lascia il visitatore in uno stato di speranza per le nuove generazioni, che, chissà, forse, porteranno dei miglioramenti a un società che necessita un cambiamento. Società (quella del mondo dell’arte) che è troppo soggetta ai vincoli del mercato e non riesce a liberare la capacità creativa artistica.

La mostra di questo interessante artista pone l’accento sul concetto di “interazione” come momento principe dell’arte di Pistoletto, in quanto si intende sia come il momento in cui opera d’arte e fruitore confluiscono l’uno nell’altro, creando qualcosa di sempre nuovo e diverso (esempio ne sono i quadri specchianti), sia come il momento della creazione artistica che nasce dalla volontà di rompere determinati schemi, abitudini e preconcetti, sia infine come il momento in cui si riflette sull’arte stessa, guardando al futuro, alle nuove generazioni.

 

1 commento

  1. Barbi

    Molto ben scritto l’articolo, se lo avessi letto quando la mostra era ancora in corso mi avrebbe sicuramente invogliato ad andare a vederla…. Peccato!

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