Intervistando LUCA VITONE

A seguito della mostra “Luca Vitone: Ovunque a casa propria”, tenutasi alla GAMeC di Bergamo dal 19 marzo al 18 maggio 2008 e curata da Enrico Lunghi, Martin Sturm e Giacinto Di Pietrantonio, ho avuto il piacere di conoscere Luca Vitone nel suo studio a Milano. Ecco l’intervista.

 

Chiara Medolago: L’aver collocato più installazioni, “Sonorizzare il luogo”, “Galleria Pinta”, “Nulla da dire solo da essere” in un unico ambiente, che significato ha?

Luca Vitone: La scelta di unire più installazioni, voluta sia da me sia dai curatori per raccogliere i miei anni di lavoro, era dovuta a motivi di spazio. Era una mostra antologica, iniziata a Casino Luxembourg, all’O.K Centrum di Linz e poi terminata alla GAMeC a Bergamo. Lo spazio non era sufficiente per la mia mostra antologica.

C.M.: I materiali, che ha utilizzato per “Sonorizzare il luogo”, hanno un significato?

L.V.: Di solito uso ciò che più si addice alla riuscita dell’opera. Questo progetto era nato nel 1988 in un contesto diverso, scarno, semplice e diretto. Avevo presentato una sola regione con la sua musica tradizionale. A Bergamo nel 1992, all’apertura della GAMeC, presentai tutta l’Italia meridionale. Solo in seguito ho realizzato tutte le venti regioni italiane, che all’inizio erano mensole di plexiglas con una fotocopia della cartina della regione interessata.

C.M.: Aveva pensato alla multisensorialità dell’opera? Non solo l’orecchio, ma anche il tatto viene sollecitato in “Sonorizzare il luogo”.

L.V.: No, non ci avevo pensato. Volevo dare importanza all’elemento sonoro.

C.M.: Il rumore che viene creato, vuole forse far riflettere su un’immagina dell’Italia “caotica”?

L.V.: Ogni lavoro è poi liberamente interpretato. Volevo far ascoltare i canti popolari, le musiche della nostra tradizione che stanno scomparendo.

C.M.: Cosa ne pensa del binomio pieno-rumore e vuoto iconografico-spaziale, che si crea?

L.V.: Quando per la prima volta ho realizzato “Sonorizzare il luogo”, l’ho presentato in un locale notturno, insieme ad altri sette artisti. E avevo fatto mettere in questi spazio vuoto (non c’era niente, neanche le mensole), un impianto sonoro, nascosto da cui proveniva solo la musica popolare della Lombardia.

C.M.: Possiamo parlare di luogo simbolico?

L.V.: Non so, forse sarebbe riduttivo ed eccessivo.

C.M.: E di luogo libero?

L.V.: Forse. È più un pensiero, un discorso di libertà, a seconda anche della storia del luogo.

C.M.: Sempre su questo argomento locale, geografico, che va preservato, realizza altre installazioni, performance, dove sono attivati gusto e olfatto.

L.V.: Dal 1992 mi sono interessato alla cultura materiale, che oltre alla musica, può offrire il cibo. Mangiando insieme, si chiacchiera, si creano relazioni. Queste installazioni-performance sono state realizzate in Piemonte, a Castello Rivara (TO) nel 1992 e in Toscana, ad Arezzo l’anno successivo, nella Galleria Marsilio Margiacchi. Su di un tavolo erano serviti prodotti tipici, pane, salumi, formaggi, vino, olio, dolci. Il pubblico poteva assaggiare, intrattenere conversazione, leggere una serie di depliant informativi.

C.M.: Il fruitore diventava un fruitore attivo, che mangia l’arte…

L.V.: Sì, per così dire. Naturalmente poi il cibo veniva rimesso a disposizione per ogni installazione-performance.

C.M.: Tornando alla musica, altri lavori inerenti a questo sonoro, sono “Rock Suite in Y”, “Sound paths”, “Fouilles”.

L.V.: Sound paths sono una serie di fotografie di artisti di strada, che parlano di unna musica dimenticata. Rock Suite in Y voleva essere un passaggio dal blues al rock mostrando come tutti più o meno hanno utilizzato la parola “Yeah” e come possa diventare elemento cardine che unisce le varie e differenti correnti di pensiero. In “Fouilles” del 1999, vi è un buco, uno scavo da cui esce della musica. I buchi li sperimento anche in “Hole” del 2000 e “Lo trauc” del 1996.

C.M.: E le bandiere rosse e nere di Nulla da dire solo da essere?

L.V.: Nascono da un progetto de 1996 Liberi tutti!. Una bandiera nera con un profilo rosso, che poi si evolve, con una ruota russa, Eppur si muove, e poi con frasi di diversi pensatori dell’ultimo secolo: Piero Manzoni, Piotr Archinov, Leornad Bernstein, Vittorio Foa, Mendel.

C.M.: E’ un’installazione politica?

L.V.: No e sì. Ogni lavoro ha il suo rapporto politico con il mondo, con i colori, con le parole… E’ un’idea di libertà di pensiero nella società e quindi un’idea sociale ed esistenziale della vita dell’uomo.

C.M.: Queste bandiere erano poste in importanti luoghi per il movimento anarchico.

L.V.: Sì, le avevo collocate a Basilea, a Roma. E poi un lavoro simile l’ho realizzato a Carrara. Nella città toscana avevo dato ai visitatori una guida con immagini dei luoghi importanti per il pensiero anarchico e sul retro vi era la spiegazione del motivo, della scelta di quei luoghi. Non erano affatto casuali. La bandiera con la ruota russa faceva parte d un’opera più complessa. Una serie di cartoline esotiche, che fotografavano le bandiere in diversi luoghi.

C.M.: Quindi un’opera d’arte che viaggia.

L.V.: Viaggiare trasforma l’esistenza, trasforma il modo di guardare il mondo. Crea nuovi orizzonti e permette di guardare al di là delle cose. Questo tema del movimento era presente anche in Nulla da dire solo da essere con la locomotiva sui binari con una struttura di metallo.

C.M.: Il rapporto uditivo-visivo a livello locale l’ha sperimentato anche in altre installazioni, o performance?

L.V.: Questo tema lo avevo già trattato in “Stundàiu” con il Gruppo Spontaneo del Trallallero e in “Special vocalist from Genova for a Roberto Leydi tribute” (La nuova Mignanego).

C.M.: Cosa intende per spazio?

L.V.: Il mio lavoro parte dalla comprensione di noi stessi: individui che ci stabiliamo in luogo, compiamo determinate attività in quel luogo. La cartografia per esempio è un mezzo di cui ci serviamo per capire dove siamo e che rappresenta il luogo dove viviamo. Ma è una convenzione. In passato mi sono divertito a giocarci, rielaborandone l’uso formale, trasformandola in un simbolo di speculazione. Il luogo in cui opero è un punto di passaggio nella realizzazione dell’opera.

C.M.: Che rapporto insiste tra individuo e luogo?

L.V.: Il luogo è elemento culturale, e tale qualificazione avviene perché è l’individuo a qualificarle come tale. I luoghi sono nominativi, sono assegnati dall’uomo per identificare gli spazi del territorio.

C.M.: E’ interessante il titolo scelto della mostra alla GAMeC di Bergamo “Ovunque a casa propria”.

L.V.: Per questo progetto in tre diverse sedi il titolo riflette questo muoversi ovunque, con la propria valigia fisica e mentale, cercando di sentirsi autonomi ed autosufficienti, pronti ad accogliere stimoli. Si vuole riflettere sulla possibilità di sentirsi a casa propria ovunque. Era il mio modo per esprimere una consapevolezza e un’autocoscienza della stare e del vivere ogni luogo come una forza personale condivisibile da tutti.

 

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