La Società del Rischio. Mostra di arte contemporanea al BACS di Leffe

Il 7 dicembre 2019 è stata inaugurata La Società del Rischio. Mostra di arte contemporanea e sociologi, che in un intimo e raccolto museo della bergamasca, a Leffe, nonché centro di ricerca artistica, con impegno ed entusiasmo ha voluto far sentire e lanciare il suo appello per salvaguardare e proteggere la natura e il nostro pianeta.

La mostra collettiva, animata da validi e profondi valori contemporanei, quali l’ambientalismo e l’impegno civico e sociale nei confronti di un clima che irrimediabilmente sta cambiando, è a cura dell’associazione Artists.Sociologists e di BACS – Between Contemporary art and Sociology – sezione ambientalismo (https://www.facebook.com/artists.sociologists/).

La ricerca ha inizio con il sociologo Ulrich Beck, che nel 1986 scrisse il saggio “La società a rischio”, in cui con viva forza, anche narrativa, vuole mettere a nudo una società che sta andando verso un inesorabile declino, un’auto-distruzione più o meno consapevole. Beck incita a prendere parte a questo cambiamento, a denunciarne l’imminenza e a trovare con consapevolezza possibili soluzioni e strategie per attuare un vero e sano mutamento.

Artisti provenienti da tutta Italia partecipano con fotografie, installazioni, quadri, invitando i visitatori ad un palese confronto non solo con le diverse forme d’arte, ma tra loro stessi, quali cittadini di un pianeta che ha bisogno sempre più di persone capaci di averne cura, di rispettarlo, di aiutarlo a crescere e di poterlo lasciare a loro volta nelle mani dei loro figli.

Valentina Biasetti con il ciclo “Babel” ci introduce nel cuore del tema della mostra: una società in crisi e un terribile rischio ambientale vicino. Con uno stile che armoniosamente intreccia disegno e pittura veniamo guidati in un mondo onirico, dalle tonalità sgargianti e surreali. La giovane donna, raffigurata nelle tre tele, è significativamente una moderna figura dantesca, guida e attenta testimone che osserva e con i propri occhi comprende la realtà che la coinvolge. Una realtà che però subisce una manipolazione incontrollata da parte dei mass media, da un ambiente ostile in cui si sono perduti i veri significati di Tempo e Spazio. Come una piccola Alice nel Paese delle Meraviglie, si muove in un mondo allucinato e di allucinazioni, che ne alterano a piacimento la visione e una realtà terribilmente drammatica e contraddittoria da cui non si può sfuggire. Questa figura femminile, giovane, innocente e accorta nei confronti di questa realtà, forse è proprio quel piccolo granello di speranza di cui si sente bisogno, colei che riuscirà a ascoltare e soccorrere questa natura, che sta abbandonando il suo battito essenziale e incomparabile che ci permette di respirare. Una speranza che viene affidata a questa esile figura che si copre lo sguardo, si racchiude in se stessa, sogna, si inginocchia e trasforma il suo corpo in uno slancio di vita generatrice, da cui prendono forma farfalle colorate e uno stravagante arcobaleno.

Patrizia Bonardi presenta “Onde anomale” e “Mantra chimico”, con cui, mediante un’acuta osservazione riguardante l’ambiente, offre al fruitore la possibilità di riflettere sui cambiamenti sociali e locali. “Onde anomale”, che consta di sei blocchi di gesso, sabbia e cera, ci conduce in uno stato di smarrimento e di momentanea confusione. Sembrano onde di un mare in burrasca, scuro, sporco, che sta portando a galla pian piano ciò che prima era visibile a pochi. Il mare, l’acqua, le onde stanno subendo un progressivo inquinamento causato dall’uomo e dai suoi consumi. L’immagine del mare perde il suo valore iconico alla luce del suo stato attuale. Non può essere identificato come uno specchio d’acqua cristallina, ora necessita una sua raffigurazione reale e cruda. Il mare, come spiega l’artista, è «soggetto attivo, che travolge e che porta con sé la terra sommersa», perde il suo caraibico colore, cambia la sua faccia e si prepara a riprendersi a qualunque costo quello spazio che l’uomo gli ha pian piano sottratto. In questo lavoro viene esibito il nuovo status (embrionale) del mare, da cui poi scaturirà onda dopo onda con tutta la sua forza prorompente e terrificante un catartico tsunami. “Mantra chimico” è un’opera sonora, originale, che si compone di un particolare aspiratore, da cui mediante una cassa fuoriesce un suono cadenzato come una formula ripetuta più e più volte, un mantra. Le parole sovrapposte fra loro sono un elenco di sostanze chimiche che nella Val Gandino sono immesse nell’aria inquinando l’ambiente e provocando gravi danni alla salute dei suoi abitanti. Questa installazione site specific tagliente, sottile e provocatoria impone di concentrarsi sul territorio locale e sull’inquinamento causato dai questi cosiddetti “predatori ambientali” della valle bergamasca.

“Scomposizione di un miraggio” di Enzo Calibè riporta l’attenzione alla tematica della green economy, che sfrutta la natura e l’ambiente per veicolare messaggi incoerenti e inappropriati, che vengono qui contestati e palesemente denunciati. Le quattro immagini monocrome, ognuna di differente colore, nero, giallo, magenta e ciano, ci offrono lo spaccato di un paesaggio naturale intriso di una vena controversa. Un lago, una pineta e delle cime rocciose diventano simbolo di un mondo che non accetta il cambiamento climatico, ma che preferisce impiegare stratagemmi per manipolarne la visione, offrendone l’ennesima verità distorta. Con forza accentuata si insiste sulla tematica della denuncia di un mondo che persevera nell’adoperare strategie fotografiche e pubblicitarie con il solo scopo di diffondere stili di vita, che in realtà non comportano nessuna vera e significativa trasformazione. L’uso dei quattro colori non è affatto casuale e vuole sottolineare questa marcata strumentalizzazione di un mercato globale che finge la sua eco-sostenibilità per il proprio profitto. Ecco quindi che una natura incontaminata, sana, contemplativa e pura sembra essere l’unico miraggio a cui potersi aggrappare, non fosse che anche lei ormai ha perso tutto ciò, trasformandosi in un’altra immagine mediata e manipolata, privata da qualunque aspetto sensibile.

Ciro Ciliberti propone “Ossatura”, una fotografia in bianco e nero di un paesaggio devastato: un bosco distrutto da un incendio mentre sullo sfondo le pendici del Vesuvio si mostrano in tutta la loro relativa pacatezza. Sebbene ci sia un motivo stridente tra questi alberi ormai ridotti a nudi tronchi, senza più foglie e fiori, quel vulcano dona una sensazione di superficiale tranquillità, di una pace instaurata con un velo di paura. Tutto tace, tutto resta in silenzio dopo che il fuoco con stridore devastante e le sue alte fiamme scoppiettanti hanno bruciato e tolto l’anima a questo bosco. Sì, il bosco ha un’anima e proprio questo è il concetto su cui il fotografo si sofferma. La parola anima, che deriva dal greco psiché, significa “soffio vitale, il respiro che genera la vita”. L’immagine si avvale così di una triste dolcezza, di una malinconica sensibilità che trapela dall’idea per cui ogni pianta, ogni animale e, chissà, forse persino ogni sasso ha un’anima ed ora in questo preciso istante immutato, conservato nel tempo, tutto giace morto, senza vita.

Phisis Ikonostasis” di Franco Cipriano è un’installazione colta, di un blu dominante, ricca di rimandi filosofici e concettuali all’arte, alla religione e alla sua architettura di intensa sacralità.  L’iconostasi, che è il divisorio decorativo che separa gli spazi liturgici della navata e del presbiterio, si fonde in un mistico legame con la Phisis, la natura, intesa come ogni cosa creata, vivente e che trova la sua origine nel mondo e per il mondo. Questa suggestiva “unione” trova nell’opera stessa una germinante richiesta da parte dell’artista, che chiama il fruitore a un’intensa riflessione, degna di una persona fermamente convinta del suo credo. Linguaggio e pensiero s’intrecciano in un rispettoso vincolo, necessario per accedere ai meandri di questo spazio, dove si incontrano il ricordo e l’oblio, le tradizioni ormai dimenticate e i nuovi culti fugaci, una società arida di cultura e il proliferare spasmodico di nuovo media e applicazioni digitali. In questo spazio d’arte di genuina sacralità si chiede silenzio e accettazione, un trascendentale attimo per ragionare con chiarezza e comunicare con religioso rispetto il proprio pensiero. Quest’opera ci conduce tra l’invisibile e il visibile, tra i segni e le parole, tra i ricordi e le novità, ad esplorare quel percepibile substrato di vita che amalgama e stringe l’uomo e la natura.

Con Carla Crosio l’arte acquisisce una valenza inquietante, sensibile ed allegorica. “Ombra pericolosa” è un’installazione di plastica nera, che come una nuvola prende forma, si muove, si compone, si ricompone e prende vita. Essa incombe nello spazio come un tragico e “pesante” macigno, che, proprio dal suo materiale, genera un maligno fraintendimento: la plastica è leggera, è nera e intrecciata. Di cosa dovremmo preoccuparci? L’ombra fluttuante crea in realtà un temibile presagio di morte, sconforto e abbandono, di un mondo cha ha perso le sue radici, la sua buona umanità, misconosce i giusti valori per rincorrere falsi idoli che generano solo siccità, deserto e l’inevitabile destino. È l’idea cupa e oscura che il nostro Pianeta Terra è giunto a una fine che bisogna non solo accettare, ma a cui prepararsi irrimediabilmente. L’ombra spaventosa, che aleggia su di noi, è un imperante monito per tutti: bisogna rovesciare questa coltre di indifferenza che ci impedisce di vedere la realtà così come è. Bisogna ricominciare ad osservare il mondo, ad ascoltare i suoni della natura e ad essere animali sociali.

Antonio Davide realizza l’opera cartacea “Affissioni”, che con raziocinante ovvietà pone il fruitore davanti alla parola, scritta in maiuscolo, con un carattere deciso e imponente, “COSE”. Nulla di più generico poteva trovare spazio in questo foglio che richiama alla mente i cartelloni pubblicitari che solitamente con vivaci colori, attenti slogan ed affascinanti testimonial sfoggiano tutta la loro potenza comunicativa di una realtà consumistica e superficiale. Nonostante si avvicini a questo mondo pop, l’artista strizza l’occhio a un significato più colto e filosofico. Che significa la parola cose? Qual è il suo valore? Quest’affissione di colore azzurro-blu obbliga il fruitore a osservare con cura la presenza di più livelli di significato. È un normale cartellone pubblicitario, che, però, insinua una piccola domanda: cosa vuole davvero comunicare? L’artista con abile maestria ci impone un dubbio, che resta forse senza risposta, oppure più precisamente lascia ad ognuno di noi il compito di colmare questo vuoto di pensiero, come a volerci ricordare, usando le parole del celebre filosofo Cartesio, “Cogito ergo sum”. Ricordiamoci di pensare, di ragionare con la nostra testa in quanto questo esercizio mentale ci rende esseri umani, esseri viventi.

La video performance “RiGenerazioni 2017” di Francesca Lolli è potente, soave ed armoniosa, come il vento fresco di una tanto attesa primavera che risveglia dal torpore e prepara ad un nuovo viaggio verso la vita. La performance colpisce il fruitore per il suo carattere non solo raffinatamente artistico, ma anche per la delicatezza con cui riesce a far emergere un risvolto positivo. Una terra che, dopo aver perso il suo legame inquinato e logoro con l’uomo, si eleva a simbolica divinità femminile, generatrice e progenitrice, che tutto può con la sua ingenita fertilità. L’artista si muove con infinita grazia in un paesaggio boschivo contraddistinto da una natura libera, essenziale e universale. La giovane, che indossa un lungo abito a strascico di una lieve tonalità rosacea, acquista le sembianze degne di una giovane sacerdotessa, di una Vestale romana che si avvicina ai misteri della dea Terra, di Pachamama Dea dell’agricoltura, di quella Potnia Mater, tanto venerata e amata nel mondo antico. Un video toccante che ci permette di riflettere sia sul legame che insiste tra l’uomo e la natura, sia sul filo che unisce il mondo naturale a quello celeste. Un legame sacro, ancestrale, che consente di risvegliare la vita in tutta la sua feconda bellezza e ci offre la possibilità di guardare al domani, infusi di una speranza drammatica e fiduciosa.

Daniela Di Maro presenta l’installazione luminosa “Il petrolio è finito”, una cornice importante, di legno dorato, che con bramosia e forza mostra tutta la sua efficacia comunicativa: al suo interno non conserva un dipinto né contiene un specchio, ma ecco un controverso plexiglass, che ci impone un luminoso obbligo di fermata. Dobbiamo arrestare il nostro cammino davanti a quest’opera, che in base ad una modulazione cromatica ci ribadisce “Il petrolio è finito. Andate in pace”. Una frase provocatoria e al contempo densa di sacrale ovvietà. L’uomo oggi è ben consapevole che il petrolio è una risorsa in esaurimento e pertanto pone di fronte a tutti quanto sia viva l’emergenza di cercare e trovare nuove fonti di energia alternativa, rinnovabile, e che sappia usufruire delle risorse naturali già presenti, senza però “distruggere” o “danneggiare” il pianeta. Questa piccola installazione, che timida si mostra al pubblico, ricorda con la sua forma interna rotonda il globo terrestre, che ora si muta in nero e viscido liquido, che come lo stesso petrolio incita ad una riflessione. Fermarsi è d’obbligo, ma ancor più la riflessione attenta e critica sull’ambiente.

CARTOGRAFIA DELL’ORIZZONTE / Trans humus” è l’opera di Francesca Marconi, che incentra la sua ricerca artistica sul tema sociale, culturale e identitario al fine di creare una nuova Pangea, un nuovo mondo in cui poter vivere insieme e serenamente. Questo lavoro “cartografico” è stato realizzato in collaborazione con un gruppo di immigrati di origine africana durante una residenza artistica nel 2019 in Trentino. L’installazione, un delicato inter-scambio tra arte, uomo e natura, si compone di due parti, una fotografia e un mantello di tela stampata che può essere indossato dal fruitore per addentrarsi ancor più in quest’opera e nel suo significato intrinseco. In un paesaggio autunnale dai tratti simbolici gli alberi spogli e le foglie cadute sul terreno si mescolano alle marocche, pietre giganti che si formarono 200.000 anni fa durante lo scioglimento dei ghiacciai, e a giovani uomini che indossano un mantello che replica proprio questi giganti di pietra, silenziosi e riflessivi. In equilibrio di forma tra ricerca e interpretazione, oggetto e immagine comunicano un profondo senso di quieta appartenenza. La natura diventa luogo di trame di vita, di relazioni collettive, espressione unica e profonda di un’umanità che cerca una nuova percezione sociale e comunitaria.

L’opera di Renata Petti dal titolo “Wading in the water” ha per soggetto l’acqua, che ritorna nella sua biunivocità simbolica. È essenza della vita, originaria stilla che può generare e nutrire ogni essere vivente. È il seme da cui tutto con cura, forza e amore ha origine. In questa installazione polisensoriale un ingombrante protozoo si avvicina, creando un inevitabile dialogo tra uomo e un mondo antico, primigenio. Il rumore dell’acqua, il silenzioso corpo del protozoo e la presenza del fruitore creano un momento estetico unico, autentico, in cui si ravviva quell’archetipo legame tra uomo e natura. Durante l’esperienza estetica come cullati dai riflessi di luce e ombra, e dal movimento delle onde, il visitatore interagisce con l’opera, avvicinandosi e allontanandosi per creare un gioco di luci e attesa. Proprio in questo flusso variabile di forme visibili e intangibili, si percepisce una muta richiesta di riflessione sulla memoria, sulle emozioni, sulla vita. Ma soprattutto si vuole con delicatezza e cura, come farebbe un genitore che accompagna mano nella mano il figlio, chiedere di prendere parte a un cambiamento che ormai non può essere rimandato a chissà quale altro domani. Un cambiamento di atteggiamento, un educato rispetto per tutti gli esseri viventi, un senso di responsabilità e solidarietà che dovrebbe essere parte di tutti.

Le fotografie di Elena Radovix dal titolo “Metà fisica e metà no” dallo stile nitido, pulito e naturale, sono un provocatorio atto di ribellione alla nostra società dedita all’industrializzazione e alla produzione di massa. La stessa fotografa impiega il suo corpo come soggetto dell’immagine che racchiude in sé una sottile vena polemica e critica nei confronti di un mondo che deve cambiare. La bellezza è ovunque, deve essere ricercata, indagata e proprio nella natura si può nascondere. Ad un mondo naturale, smagliante, odoroso, ricco di vita, è accostata la figura umana, nuda, che si fa osservare in tutta la sua fragile plasticità, mentre si copre di verdi felci, da alti gambi di granoturco, da germogli di patate. Trapela una garbata e rispettosa gentilezza in queste immagini, a ricordare l’antico ed indissolubile legame che unisce ogni essere vivente alla madre terra, alla natura. Ogni elemento vegetale è scelto accuratamente anche per i suoi significati allegorici. La felce è simbolo di cambiamento, di vita che continua a generarsi, di visioni future e possibili soluzioni. Il grano, invece, rappresenta il cibo per eccellenza, il pane, oltre al diritto stesso che tutti dovrebbe avere di potersi sfamare. È anche immagine di un mondo che ha modificato geneticamente la natura per essere più produttiva, più “industriale”, che viene criticato dall’artista. Le patate, infine, rappresentano il cibo dei poveri e al contempo la tenacia con cui la natura sa germogliare, crescere, morire e tornare ancora a germogliare.

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