Il linguaggio dell’arte e Fabio Mauri

Dal 7 ottobre al 15 gennaio 2017 la GAMeC di Bergamo realizza la mostra “Arte per legittima difesa” dedicata a Fabio Mauri (Roma, 1926–2009), figura artistica polivalente, che si occupò di arte, letteratura, teatro e cinema.

La mostra, caratterizzata da un forte taglio sociale e politico, con cui peraltro si distingue anche l’arte di Mauri, immette il fruitore in un mondo cromatico essenzialmente intriso di contrasti. Il bianco e il nero, la storia e i fatti, l’ideologia e il linguaggio acquistano un ruolo dominante e dal marcato significato interpretativo. Fotografie, installazioni, video, schermi infliggono al fruitore un deciso compito: guardare i fatti, discernere, comprendere e infine porre un giudizio, criticare, interpretare.

Negli stendardi fotografici della serie de “Le grandi carte” (1994) campeggiano immagini di grande formato di ricordi, frammenti di performance, spettacoli teatrali, installazioni, che forniscono una ottima sintesi del lavoro dell’eclettico artista. Ecco “Schermo-Disegno” (1957), “Ebrea” (1971), “Dramophone” (1976), “Muro d’Europa/La barca” (1979), “La quadreria” (1999), “Il Muro occidentale o del pianto” (1999), “Interno/Esterno” (1990), e “Mia cugina Marcella e la guerra civile” (1999).

Interessanti sono le immagini in bianco e nero che immortalano lo spettacolo teatrale “Grande serata futurista 1909-1930”, che nel 1980 debutta al Teatro Comunale de L’Aquila e che in tre atti enuncia la nascita, l’ascesa e la fine di questo movimento artistico con musica di Russolo e le parole di Palazzeschi e di Marinetti. La perfomance “Che cosa è il fascismo” (1971), durante la quale vengono ricreati i Ludi Juveniles, è un critico fermo-immagine sulla visita di Hitler nel 1938 a Firenze. Gare atletiche, inni, dibattiti sul fascismo ed esibizioni ginniche contrastano con la croce uncinata, la stella di David, le tribune di diverso colore. Un tono cupo, silenzioso, vivo inquieta fortemente tutta la performance.

L’installazione “I numeri malefici” (1978) è presentata per la prima volta alla Biennale di Venezia e si sofferma sul tema controverso dell’errore di giudizio e di calcolo, in cui l’uomo e la Storia possono imbattersi. Su di una lavagna si trova scritta l’equazione del principio dell’errore, così formulata da Mauri insieme a Robert Klein; posizionate a terra due gabbie metalliche, dall’interno delle quali si sente il suono di un terremoto; sempre per terra un affresco strappato, attribuito a Giotto, raffigurante la Vergine con il Bambino e Santa Caterina d’Alessandria, ed infine da una valigia nera provengono un imperante ticchettio e la frase “Che cosa è la natura?” tradotta in diverse lingue.

Nelle sale successive sono presenti l’installazione “CinaASIANuova” (1999), dove in muro di valigette di metallo viene collocato al centro uno schermo che riproduce con intensa angoscia i fatti di Piazza Tienanmenn; mentre le installazioni “Picnic o il buon soldato” (1998) e “Autobiografia come teoria” (1997) mostrano su tavole nere oggetti quotidiani trovati nei mercatini, quali una targa, un cappello, un pettine, che acquisiscono un nuovo significato, trascendendo quasi la realtà. Sono cose comuni, di tutti i giorni, ma vengono esposti «come se si tentasse la ricostruzione archeologica di un’esistenza. Frammenti di vite che non abbiamo vissuto, ma che potrebbero essere la nostra», come scrive il curatore della mostra, Giacinto Di Pierantonio.

Nella terza sala si apre la riflessione sul linguaggio quale potente mezzo di comunicazione di massa, di dialogo ideologico, privo d’emozione, il cui unico scopo è arrivare al destinatario, che a sua volta farà proprio quel linguaggio. Un linguaggio, insomma, che viene lanciato veloce ed impetuoso come una freccia, un linguaggio che ha la forza dirompente di una lotta, un linguaggio che diventa guerra. Questo infatti è il titolo di queste fotografie in bianco e nero, che corrono sulle pareti della sala e, prive di pathos, ritraggono luoghi intimi e domestici, personaggi, scene militari, preparativi di guerra, avvenimenti storici del primo e secondo conflitto mondiale. Fotografie per lo più prese da giornali e riviste dell’epoca, inglesi e tedesche, a cui Mauri affigge un timbro “LANGUAGE IS WAR” (1975).

L’ultima sala offre al visitatore l’ultimo sospiro. In “Vive” (2005) su di un foglio bianco la parola nera fine dal taglio tipografico minuscolo e rigido viene barrata da un segno rosso e dalla scritta cerchiata vive, gesto convenzionale dei correttori di bozze che appongono la parola vive, là dove sbagliano a correggere. In “Schermo fine” (1964-1965 e 1960) e “The end” (1966) Mauri ci pone un altro quesito linguistico, tipico dell’arte concettuale: cosa sono “fine” e “the end”?

Se certamente la scritta inglese ha un solo significato, la fine, appunto, in tutte le sue possibili sfaccettature linguistiche, così non è per la parola fine che possiamo interpretare ora come la fine, la conclusione di qualcosa, ora come il fine, lo scopo che ognuno si può prefiggere. La prima accezione è animata da un tono nostalgico di finita compiutezza, la seconda da una nota di lungimiranza e aspettativa per il futuro.

A dialogare ermeticamente con gli schermi, le parole “the end” e “vive”, si trova l’installazione “Ariano” (1995), che presenta “Servo muto ariano” e “Arierwaage (Pesariani)”: l’uno un appendiabiti con giacca, cravatta e scarpe nere lucidate di un ariano, l’altro, invece, un’enorme bilancia per ariani.

In quest’ultima sala si sente un forte gelo di sentimenti. Un inverno dell’anima. Nei confronti di tutti coloro chi si definiscono ariani non c’è pietà, comprensione o altro. Non c’è neppure posto per un po’ di umanità. Il fruitore, inconsciamente, adopera il medesimo trattamento che gli ariani usarono contro gli ebrei, i diversi, le minoranze etniche e i dissidenti politici. Impietosa indifferenza, fredda disumanità.

Uomo, linguaggio, storia, oggetti quotidiani, appartenenza, ideologia. Questi sono i temi su cui Mauri con attenzione linguistica, concettuale e filosofica obbliga il visitatore a pensare e a riflettere con criterio in quanto l’uomo è artefice dei fatti e della storia, è testimone e sempre partecipa a creare l’oggi e il domani. Poiché l’uomo è linguaggio e comunicazione; la realtà è linguaggio; il linguaggio può essere guerra.

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