La forma silenziosa dei ricordi simbolici di Ivan Picenni

Le case, la scala, l’aquilone, il letto, la coperta, il maiale. Ecco i simboli dell’infanzia che compongono il vocabolario iconografico e simbolico con cui l’artista Ivan Picenni realizza le sue opere d’arte, impiegando di volta in volta tecniche diverse, come intonaco, tempera, calce, colla, china, smalto, cemento, gesso, olio, dimostrando di saper spaziare da una tecnica all’altra con grande delicatezza e forza visiva.

Con il suo nutrito lessico di immagini Picenni crea opere d’arte dal caratteristico tratto infantile (volutamente infantile), sottolineando non solo il suo indistricabile legame con il passato, la sua infanzia, la sua storia, ma anche accostandosi ai grandi maestri del passato come Paul Klee, Jean Dubuffet, Juan Mirò, Bruno Munari, con cui condivide lo stretto legame che intercorre tra il mondo dei bambini e l’arte.

In opere come “Il letto del collegio”, la serie dei “Ricordi di infanzia” e di “Numero 35” le icone del suo lessico appaiono entro sfondi neutri dal carattere terroso, su cui si adagiano pennellate di colore, ora di uno smagliante bianco, ora di tonalità di ocra, grigio e azzurro. In questi campi di colore si vedono le stilizzate e chiare linee di case con tetti solidi, le scale alte e fini, disposte in verticale, la luna che, tutta tonda, rischiara il cielo, il maiale con le sue forme un po’ panciute e un letto con una testiera ad arco e una coperta ricca di piccoli rombi che sembra voler fuggire dal dormitorio del collegio per allontanarsi verso il mondo dei sogni e delle speranze che il buio della notte sa di poter raccogliere e inglobare.

Lo stile di Ivan Picenni si caratterizza da un tratto primitivo, semplice, intuitivo, immediato, che, prendendo in prestito le parole di Paul Klee, «è capace di rendere visibile l’invisibile» grazie alla potenza dirompente dei suoi simboli. Il coinvolgimento emotivo è inevitabile e in aggiunta “spirituale”, proprio dovuto alla presenza ed assenza di quelle immagini iconiche, nelle quali persiste un così marcato impatto visivo di significato. Nella sua arte aleggia questo sentimento, che talvolta è più semplice da cogliere, talvolta resta come sopito, nascosto, celato agli occhi di chi guarda.

Il colore, come spiega lo stesso artista, è elemento secondario nelle sue opere. Ciò che conta è la linea, il tratto, il segno che gli consente con vivida lucidità di mettere a fuoco i ricordi del suo passato, della sua infanzia. Ricordi tristi e dolorosi che colpiscono proprio per lo stile segnico, leggero, sottile e fragile, ma al contempo portatore di una forza emotiva unica che dona alle opere quel carattere di genuina particolarità.

Il passato, raccolto dentro questi simboli d’amore e di dolore, riflette sui temi della lontananza, della vita in collegio, della solitudine e del ricordo di una vita che non c’è più e che con rammarico e tristezza si vorrebbe ancora con sé, qui, viva. Questo sentimento di dolore e di separazione si nota con chiarezza e onestà in opere come “Ritratto del padre”, la serie di “Angelitori” e di “Numero 35”.

Un altro tema caro a Picenni è il paesaggio della campagna della Bassa Bergamasca, che, in opere come la serie di “Case Rosse” e “Casa con cachi”, ancora una volta è ricolmo di attimi della sua infanzia trascorsa nelle cascine rurali, dove trabocca il suo amore per la natura e per gli animali, dove si intravedono reminiscenze dello stile di Mario Sironi.

Le frecce, la bicicletta, l’aquilone sono gli altri simboli che, sempre contraddistinti da una linea essenziale, sono impiegati dall’artista con un forte rispetto per la vita, per i valori veri e genuini, intrecciati ad un’intensa “spiritualità” emotiva. La bicicletta diventa non solo sinonimo di movimento e di equilibrio, ma accresce il suo significato, diventando, per l’artista, espressione della figura paterna e del nonno oltre che di un senso di ossequioso rispetto e giusto ordine, che non vanno mai dimenticati.

Le frecce, invece, rappresentano il corrispettivo negativo dell’aquilone: segnano una mancanza di libertà, un limite invalicabile, un recinto ben circoscritto che definisce i confini di un dentro e di un fuori, in netta contrapposizione e al contempo in dialogo con la scala che con i suoi fini e delicati gradini ci permette di andare altrove, via, lontano, verso altri luoghi. Questo binomio frecce-scala lo si può riconoscere nella serie “Hidden”, che è un’esplorazione simbolica del mondo interiore di ciascun uomo o donna. Un mondo appunto nascosto che cela in sé recinti insuperabili, ma anche scale e gradini per evadere e per raggiungere la libertà. È qui che le opere di Ivan Picenni acquistano un taglio psicologico ed esistenziale, andando a scrutare e indagare l’io non solo dell’artista, ma anche di tutti noi.

MOSTRA “Ivan Picenni. RICORDI D’INFANZIA”

DAL 9 AL 10 FEBBRAIO 2019

Sala espositiva BORGO D’ORO

Via Borgo Santa Caterina, 33

BERGAMO

INAUGURAZIONE 9 FEBBRAIO ore 17.00

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