Jannis Kounellis

Il 23 marzo 2017 Jannis Kounellis avrebbe compiuto 83 anni. Famoso artista, intensamente legato all’arte povera, si trasferisce dalla Grecia in Italia, a Roma, per studiare presso l’Accademia di Belle Arti.

Costantemente alla ricerca di nuovi mezzi e strumenti per creare, rifiuta l’arte tradizionale, realizzando installazioni e performance con materiali organici ed inorganici, quali ferro, iuta, pietre, brandelli di carne, animali vivi. Decide di sfondare la bidimensionalità del quadro, coinvolgendo il pubblico e trasformandolo in elemento partecipativo, attivo e integrante in un’arte, che diventa atto rivoluzionario, libertario, dialettico, ideologico e critico.

Kounellis, che trova in Picasso e in Pollock i suoi maestri, segue all’inizio della sua carriera negli anni’60 una fase fortemente radicata in un’arte a due dimensioni, pittorica come si nota in “Rosa nera” (1964) o in un’arte creatrice di nuovi indecifrabili linguaggi e di nuove oscure matrici come nei monocromi “Alfabeti” (1960), che di certo ricordano i lavori di Capogrossi. A partire dagli anni’70 si evince un cambiamento, una ridefinizione della creatività artistica. All’automatismo del gesto si aggiunge la liberazione degli impulsi interiori e l’ideologia partecipata, avviando la creazione di un nuovo personaggio con cui la sua arte dialoga e si completa: il visitatore, che smette i panni di semplice e passivo osservatore per entrare fisicamente nell’opera, diventandone attore e protagonista.

In “Cavalli” , opera per la prima volta esposta a Roma nel 1969 presso la galleria L’Attico di Fabio Sargentini, si vede un’installazione diventare e trasformarsi in una performance. Dodici cavalli vivi decontestualizzati, quasi imbarazzanti, si confrontano nello spazio espositivo con il visitatore, obbligandolo a interagire, a interrogarsi e porsi domande. Viene così meno una distanza critica a vantaggio di un coinvolgimento, di un’interazione.

Una distanza, un distacco sia geografico sia temporale, che è parola-chiave del pensiero di Kounellis, che come afferma ad un’intervista al quotidiano La Repubblica nel luglio 2016, si sente “un vecchio Ulisse senza Itaca innamoratosi della pesantezza dell’arte”. Un’arte povera, concettuale, linguistica, libertaria e creativa, che sa unire i sacchi bruciati di Alberto Burri con l’ironia dissacrante di Piero Manzoni. Un vecchio Ulisse moderno che nello spazio e nel tempo viaggia, si muove con l’intento di confrontarsi con la storia, l’ideologia e il pensiero estetico-filosofico.

A tal riguardo si vedano le due installazioni realizzate nel 2011, l’una in Russia nell’ex-fabbrica di cioccolato Red October a cura di Mario Pieroni in occasione della IV Biennale di Arte Contemporanea di Mosca e l’altra in Cina a Pechino negli spazi del TodayArtMuseum.

Nella prima installazione, “Senza titolo, Atto unico“, vengono disposti a terra molti cappotti neri, alcuni sono ben adagiati, quasi a sembrare dei veri corpi umani, sotto i quali sono nascosti strumenti a fiato, altri, invece, sono disposti secondo un ordine caotico, sparso e contrastante. Al centro dei due gruppi di cappotti, due binari metallici su cui si trova una carrozzina, che immediatamente ricorda quei minuti celeberrimi de “La corazzata Potëmkin” di Eisenstein.

Nella seconda installazione “Translating China“, organizzata da Giuseppe Marino e curata da Huang Du, Kounellis recupera numerosi frammenti di porcellana cinese distrutta dalla Guardie Rosse durante la rivoluzione culturale di Mao, disponendoli su muri scuri, plasmando in tal modo una nuova archeologia quotidiana, una riconfigurazione dell’oggetto come parte di un processo culturale, storico e industriale.

Kounellis che ama sfruttare gli ambienti, i luoghi per riflettere con i suoi lavori sul tempo e sui fatti accaduti, sceglie nel 2013 di realizzare a Trieste una scultura-installazione syte specific nell’Ex-pescheria, o altrimenti nota come Salone degli Incanti. L’artista ricrea e reinventa lo spazio a disposizione, non mancando di far percepire con forza quale fosse la sua funzione. Ecco presenti nel salone venti banchi di marmo originali, su cui sono collocate barche squarciate e frammentate, una colonna commemorativa per i pescatori rimasti in mare, e molte corde con massi carsici che calano dal soffitto; ai lati, due gruppi di sedie coperte con un devoto e luttuoso velo nero. Kounellis forgia un’opera intrisa di sacralità, di memoria visiva e storica, che si confronta con lo spazio, il tempo e la sua funzionalità in un ambiente epico e suggestivo. Ad accrescere il senso della prospettiva è l’edificio stesso, che presenta un alto soffitto con ampie arcate, con grandi finestre laterali e un cangiante bianco alle pareti, che ben rende questa verticalità, indispensabile, per la sintesi, e una luce naturale che, sempre diversa, dona alla sala quell’ultimo incanto.

Nelle opere corali dell’artista greco si sente proprio tutta la “pesantezza dell’arte”, sia in termini di creazione e scelta dei materiali, tridimensionali, concreti e reali, sia in termini interpretativi ed ideologici. Ogni opera è una scheggia, un frammento di fatti storici, di un passato, che con attenzione mnemonica ed invenzione formale viene ricreato per far riflettere, ponendo nuovi interrogativi. Un frammento che necessita, però, di un’analisi drammaturgica per capire la sua sintesi totale, la sua assoluta complessità, la sua vita, nulla togliendo al significato emotivo ed umano, che sempre si insinua delicatamente. Per un’arte coraggiosa ed umana, che esige una costante dialettica con il pubblico e con tutto ciò che la circonda e ne fa parte, serve uno sguardo lucido.

Le vicende, come lo spazio, il tempo e l’uomo in particolare, sono al centro dello studio formale e della ricerca artistica di Kounellis, che rende visibile al visitatore quel piccolo frammento d’arte che è presente in ogni cosa, in ogni dove, rivelando il reale valore significativo dell’arte.

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